IV Domenica d’Avvento – Domenica 20 Dicembre

Non sappiamo quale misura può contenere lo Spirito, le categorie dell’umano non bastano. Questo non ci deve spaventare, l’imponderabile governa ordinariamente la vita nonostante i nostri tentativi di circoscrivere, contenere, spiegare. Lo Spirito trascende ogni cosa per poter dare ragiona di ogni cosa. Anche di fronte al miracolo della vita, della nascita il mistero si infittisce e l’imponderabile sembra governare ogni cosa: anzi proprio lì nell’atto germinale della vita il mistero si addensa e mancano le parole per narrare ciò che prende figura attraverso la carne.

Lo Spirito scende ogni giorno al di là della nostra volontà e questo è motivo insieme di consolazione e di alimento per tutto ciò che a noi si presenta come vivente

Confidare
Ho tanta fede in te. Mi sembra
che saprei aspettare la tua voce
in silenzio, per secoli
di oscurità.

Tu sai tutti i segreti,
come il sole:
potresti far fiorire
i gerani e la zàgara selvaggia
sul fondo delle cave
di pietra, delle prigioni
leggendarie.

Ho tanta fede in te. Son quieta
come l’arabo avvolto
nel barracano bianco,
che ascolta Dio maturargli
l’orzo intorno alla casa.

Antonia Pozzi
8 dicembre 1934

Vangelo

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 1,26-38

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.
Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.


UMILTA’

Una figura di umiltà: Maria

0. Immacolata Concezione. Maria è concepita senza peccato originale. Il ‘peccato originale’ è la tendenza a rifiutare il limite, espressa nell’atto di Adamo ed Eva di voler prendere il frutto dell’unico albero che era loro vietato tra tutti quelli permessi. Maria, per provvidenza di Dio, è libera dalla nascita, cioè capace di dire pienamente sì al limite, cioè non cerca il potere, non cerca l’avere, non cerca l’apparire. Libera da ogni forma di orgoglio. E’ umile. Allora può essere la madre di Dio.

1. Annunciazione (Lc 1, 26-38): ec-centricità fondamentale in Dio. Per noi, dalla dispersione quotidiana nella confusa ricerca di noi stessi al Centro. Umiltà è non tenere gelosamente nelle mani la propria vita, ma, al contrario, metterla nel suo Centro, metterla a disposizione, magari una volta per sempre: non ci saranno più angeli! Ma Maria può farlo una volta per sempre, perché di fatto ha sempre detto di sì nella sua vita anche precedente questo momento. “Sei piena di grazia. Il Signore è con te”, era vero anche prima.  In totale umiltà l’ha sempre saputo. Amata dentro i suoi limiti. E’ l’esperienza di quell’amore lì che l’ha sempre abitata e che le dà la forza di dire di sì, adesso, come in passato e sempre in futuro, anche sotto la croce.                                                                                                     Quanto alla generazione verginale di Gesù, se esistenzialmente siamo consapevoli che già ogni generazione umana è qualcosa di assolutamente straordinario, quella di Gesù è da una donna vergine per dire che noi non siamo in grado di generare il nostro salvatore, ma serve un intervento diretto di Dio.

2. Visitazione (Lc 1, 39-45): ec-centricità nell’altro (anche se devo avere cura del Figlio dell’Altissimo, la priorità è al bisogno della cugina pur distante un centinaio di chilometri, in buona parte di montagna, da fare probabilmente a piedi).

3. Magnificat (Lc 1, 46-56). Umiltà è saper riconoscere le grandi cose (non dire che sono piccole) che ha fatto in me l’Onnipotente (non ne sono io l’autore!): la tentazione è negare le grandi cose (falsa umiltà) o rivendicarne il merito (orgoglio). “Rallegrarsi del successo è ben diverso che aggiudicarselo. Non conce­dersi l’una cosa è da ipocriti negatori della vita; permettersi l’altra è un divertimento da bambini che impedirà loro di diventare uomini” (D. Hammarskjoeld). “Che cos’hai che tu non abbia ricevuto?” (1 Cor 4, 7) e non riceva ogni giorno? Ad es. le relazioni, senza le quali non esisti.

 4. Natività (Lc 2, 1-20): marginalità; nascondimento… Il contrario di quello che avremmo scelto noi. Umiltà è libertà totale dall’apparire, dalle preoccupazioni della visibilità. “Il piccolo monello compie un paio di salti per traverso su una gamba senza cadere. E si riempie d’ammirazione per la propria bravura, doppiamente forte dato che vi sono spettatori. Diventiamo mai a­dulti?” (DH).

5. Gesù rimane nel tempio (Lc 2, 41-52). Umiltà come non pretendere di capire tutto, né subito; dare tempo; silenzio; conservare nel cuore. “Il peccato è la fretta” ha detto qualcuno.

6. Cana (Gv 2, 1-12). Umiltà come fiducia assoluta (non starsene buoni nell’angolo davanti al bisogno; non pensare 100 volte prima di parlare per scegliere parole ‘intelligenti’, ma dire umilmente; ……).

7. “Chi è mia madre?” (Mc 3, 31-35). Umiltà come accettazione del rinnegamento di tutto ciò che possiamo essere stati, aver fatto, anche per un figlio. Cfr. il padre buono di Lc 15: abbiamo cercato di amare con tutto noi stessi lungo anni (“quello che è mio è tuo”) ed ecco il risultato: nessuno dei due figli ha capito. Umiltà è non chiudere il cuore, non rinfacciare, non stancarsi di ricominciare. E’ del vero servire l’arrivare a sparire.

8. “Ecco tuo figlio” (Gv 19, 25-27). Umiltà come dire di sì al massimo dell’espropriazione: la sostituzione del figlio. E noi quanta resistenza facciamo alle espropriazioni delle nostre cose, delle nostre idee, dei nostri progetti, per piccoli che siano…

9. L’apparizione alla madre dopo la risurrezione. I vangeli non ne parlano, ma S. Ignazio considera stolto chi non accetta questo fatto. Umiltà è non aver bisogno di pubblicizzare ciò che abbiamo di più intimo, a nessuno. Ci sono delle cose segrete, che appartengono solo a noi due. Magari noi e il Signore. Umiltà è custodia gelosa dei segreti del cuore.

E’ stato detto di Maria: “Nessuno è vissuto, ha sofferto, è morto così semplicemente e in un’ignoranza altrettanto profonda della propria dignità; dignità che pure la innalza al di sopra degli angeli” (G. Bernanos, Diario di un curato di campagna).

“Dov’è l’umiltà lì è la carità” (S. Agostino).

Gian Giacomo Rotelli sj


Marc Chagall, Natività, 1911

COMMENTO

Marc Chagall (1887-1995) è un pittore russo, di famiglia ebrea,  che ha prodotto per buona parte del XX secolo una grandissima quantità di tele, chine, guache, usando un suo proprio linguaggio capace di sintesi dei vari linguaggi delle avanguardie del Novecento. Pur essendo fortemente radicato nella sua identità religiosa e nelle tradizioni chassidiche, egli rappresenta spesso nei suoi quadri l’immagine della donna con un bambino in braccio che in alcuni casi, come questo, è un chiaro riferimento all’infanzia di Gesù, e rappresenta almeno una decina di volte il Cristo crocifisso. E’ una libertà di rappresentazione che egli stesso si concede, nonostante i divieti, in quanto artista, anche perché il Cristo rappresenta per lui il martire ebraico e la crocifissione è la sintesi di tutte le persecuzioni subite dal suo popolo.

Questo quadro presenta molti dei suoi elementi più frequenti: i fiori, che con i loro colori ed il loro profumo donano grazia e bellezza a tutta la scena; c’è lui stesso, in un angolo in basso, che con la tavolozza in mano è pronto a cogliere ogni suggerimento che la contemplazione della Natività suscita. C’è un grosso pesce, emblema spesso da lui associato alla rappresentazione del Cristo crocifisso, e subito accanto la croce portata con tanta sofferenza sotto lo sguardo di chi gliel’ ha inflitta. C’è il pendolo, simbolo del trascorrere del tempo, come a dire che l’ingiustizia delle persecuzioni si ripete nella storia, in ogni tempo. Ci sono le grandi ali di un angelo, da cui parte una scala che conduce al Padre. E ci sono gli sposi con la huppah sopra di loro, è il baldacchino che simboleggia la nuova casa che la coppia costruirà insieme.

E proprio dalla casa Chagall fa partire tutta la scena. Ecco infatti in primo piano una tavola apparecchiata, simbolo di ciò che è più ordinario e quotidiano, luogo di vita, nutrimento e relazione. Pochi essenziali elementi su di essa, quanto basta per dare gusto e bellezza… e il candelabro, le candele sono accese, illuminano l’ordinarietà, per nulla banale, di un bambino appena nato.

La nascita del Salvatore deve essere svelata dall’angelo, la luce di Gesù svelata dal Battista. È necessario l’annuncio perché la presenza di Dio in mezzo a noi non può essere dedotta da nessun ragionamento né prodotta da nessuno sforzo umano. La carne del Nazareno, la sua storia concreta, l’inizio in povertà e la sua morte in croce sono il segno definitivo della salvezza che Dio ha offerto e offre oggi e sempre a chiunque è disposto ad accogliere l’annuncio.

L’invito è di soffermarsi a guardare questo quadro, scorrerne ogni elemento e fermarsi su ciò che più colpisce, che più ha da dire al nostro oggi. Poi stare sull’immagine con le indicazioni suggerite da Sant’Ignazio al numero 116 degli Esercizi Spirituali: vedere  nostra Signora e Giuseppe e l’ancella e il bambino Gesù, dopo che è nato; guardare e considerare quello che fanno, com’è camminare e darsi da fare perché il Signore venga a nascere in somma povertà e, dopo tante sofferenze di fame, sete, caldo e freddo, ingiurie ed oltraggi, muoia in croce. E tutto questo per mePoi, riflettendo, ricavare qualche frutto spirituale.

Maria Grazia Prandino


Proposte di visione per la IV settimana

La casa sul mare, Robert Guédiguian, 2017

Il primo consiglio di visione è La casa sul mare di Robert Guediguain del 2013. In una piccola calanque vicina a Marsiglia, una baia incantevole con pochissime case affacciate sul mare, si riuniscono due fratelli e una sorella attorno al padre immobilizzato a letto da un ictus. A fianco a loro una minuscola ma coesa comunità del posto e intorno a loro una luce e i colori pittorici di un luogo incantato che offre una scenografia naturale à la Cezanne. I tre sono stati lontani per anni gli uni dagli altri: uno professore universitario e dirigente d’azienda appena licenziato, disilluso, cinico e accompagnato da una giovane amante sua ex studentessa; una attrice di teatro e di cinema che in quello specchio di mare ha perso la figlia piccola, in un incidente di cui ha sempre dato la colpa al padre; un altro – l’unico che non si è spostato dalla baia – fedele custode dell’attività di ristorazione fondata dal padre tanti anni prima: un ristorante “a poco”, dove tutti possono andare a mangiare. Scelta ideologica, non commerciale. S’intuisce subito che quelle quattro case affacciate sul mare sono state una remota isola felice, luogo edificato da uomini guidati da ideali politici di fratellanza che ormai sono invecchiati, malati o morti, un’isola sperduta nella geografia e anche nel tempo, e ora assediata dagli speculatori.

Come avviene spesso nei film di questo regista nostalgico e apertamente schierato (un Ken Loach francese) ci si trova immersi in un’atmosfera malinconica e di rimpianto per un mondo scomparso e per un modo passato di intendere la vita: la lotta politica, la sete di giustizia, la stella polare della solidarietà. Un passato più umano ma forse anche un po’ idealizzato, forse mai davvero esistito con quella purezza. I personaggi che arrivano al capezzale del vecchio patriarca sono immobilizzati, esattamente come il malato che cercano di assistere, sono attaccati a ciò che sta in superficie (il colore dei muri delle case), sembrano incapaci di amare, di ascoltare, di essere sé stessi, atrofizzati nella mente e nel cuore: nell’inquadratura che li raccoglie tutti insieme cercano di tamponare con il fumo delle sigarette una dolorosa emozione comune.

L’unica forza in grado di infrangere questa barriera di declino umano è l’arrivo dell’altro. Degli altri. Che poi non sono altro che bambini fuggiti da un paese in guerra, dall’altra parte del Mediterraneo, ai quali danno la caccia i militari (sottoproletari) che perlustrano giorno e notte la costa. Lo spettro del terrorismo (che in Francia comunque ha colpito duro) è la coperta sotto la quale si vogliono nascondere le terribili ingiustizie di questa realtà, la scusa con la quale i soldati inseguono i fuggitivi. Ci sono tre bambini – una bimba e due fratellini, speculari ai tre fratelli protagonisti – che non dicono una parola ma i cui corpi parlano chiaramente la lingua di chi ha bisogno di cibo e di casa. Il mare che aveva preso la vita di una bambina porta sulla costa rocciosa tre bambini sui quali rivivono indumenti e oggetti della piccola annegata. È in questo incontro che si svela l’illusione della vita terrena, esplicitata nelle parole di Claudel recitate dall’attrice principale del film. L’illusione è superata aprendosi all’accoglienza dell’altro da noi: è un annuncio che arriva dal mare. Da questa storia arriva anche a noi l’invito ad assumere una consapevolezza più profonda. Il rimpianto non serve a nulla, il passato non potrà mai tornare, si può invece accogliere e proteggere la vita che c’è adesso.

È disponibile a pagamento su Timvision, Rakuten Tv, Itunes.


Il vizio della speranza, Edoardo De Angelis, 2018

Il vizio della speranza è un film del 2018 del regista italiano Edoardo De Angelis (“indivisibili”, 2015). Ambientato nel contesto difficile e degradato di Castel Volturno che si trova nella terra dei fuochi, è la storia di Maria, una giovane donna che aiuta la feroce Madame Zi’ Mari’ a traghettare sul fiume Volturno delle prostitute nigeriane incinte, costrette dalla miseria a vendere i loro figli illegalmente. Quando Maria scopre di essere incinta, decide di portare avanti questa gravidanza miracolosa (che potrebbe ucciderla a causa di un problema fisico) e di fuggire dalla violenza per proteggere il figlio che ha in grembo e verrà aiutata da un giostraio che incontra durante la sua fuga.

Un film duro anche per il luogo estremo nel quale è ambientato (ma è pur sempre Italia…), che racconta con grande realismo ma anche con momenti di poesia ed evidenti riferimenti evangelici un mondo dove la speranza è un vizio e non un diritto, come dice il titolo del film. Eppure, anche in questo mondo dominato dalla violenza e dalla disperazione, un bambino può cambiare radicalmente lo sguardo e la vita della protagonista che è ora in grado di alzarlo quello sguardo e di prendersi un riscatto che rappresenta una conversione totale della sua vita. Un invito a cercare nel nostro cuore una presenza da coltivare, una vita nuova da far germogliare.

La proposta di visioni di film per l’avvento, che era iniziata con un film come “Lo spazio bianco” (F. Comencini, 2009) dove la protagonista Maria aveva a che fare con l’attesa di capire se la figlia nata prematura sarebbe sopravvissuta oppure no, si conclude quindi con un’altra Maria che decide di tenere il figlio che aspetta invece che abortire o venderlo, che decide di coltivare una speranza oltre la realtà che è costretta a vivere.

È disponibile su Amazon Prime, Rakuten Tv, Tim Vision.

Lucia e Giacomo Lopez

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