III Domenica d’Avvento – 13 dicembre

Che cosa ci precede? E quanto questo ci apre delle strade o piuttosto ce le chiude? Fatichiamo a capire, ad orientare lo sguardo, come se nulla esistesse prima della nostra venuta. Facciamo finta di ignorare il prima, ne rapiamo un sentire, un alito di memoria attraverso chi ci ha generati nella carne, così come nello spirito. Eppure non ci basta, un senso di provvisorietà come di chi fugge da una terra ad altra terra ci insegue. Il desiderio di dare radice alla vita è inesauribile e tende ad una luce che non conosce tramonto, altrimenti come dare risposta alla domanda delle domande: “che cosa dici di te stesso?” Non c’è forse una risposta se non nella nostra storia che è la storia di chi ci ha preceduti, di chi si è speso affinché per noi oggi sia almeno possibile fermarci e cercare una possibile risposta

Vola alta, parola, cresci in profondità, 
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami
nel buio della mente –
però non separarti da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza …

Mario Luzi – 1985

Vangelo

In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,6-8.19-28

Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni,
quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo:
«Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?».
Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei.
Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.


III    AVVENTO  B

La liturgia della Terza domenica di Avvento ci propone la figura di Giovanni il Battista come testimone della luce, di quella luce che è Gesù di Nazaret.

Due elementi in particolare in questa testimonianza.

Il primo: “Io non sono….; non sono….; non sono degno nemmeno di sciogliere il legaccio del sandalo”. Il testimone sa di non essere niente di eccezionale. E’ eccezionale colui a cui lui fa riferimento, colui a cui lui rimanda permanentemente.  Il testimone è un uomo come gli altri, un uomo che cammina con gli altri, anche un uomo che dubita, soprattutto nei momenti difficili, come capiterà al Battista (cfr Mt 11, 2-3). E’ un uomo che dovrà scomparire. Altrove lui stesso dirà: “E’ necessario che lui cresca e io diminuisca”.

Il secondo elemento è appunto che si dà testimonianza di un altro. Cioè che dall’interno della mia povertà rinvio ad un altro. Non è su di me che si deve fermare l’attenzione, ma su di lui, perché solo lui è importante.

E’ stato detto che questo (ma, a mio parere, in qualche modo credo che sia sempre stato così) è un tempo in cui servono testimoni più che maestri. Certamente ne abbiamo un grande bisogno di testimoni. Anzi, ciascuno di noi è chiamato ad esserlo.

Essere testimoni non significa essere degli eroi, anzi. Essere testimoni vuol dire essere uomini con gli uomini, vuol dire vivere da una parte le stesse ansie, le stesse angosce, le stesse paure del Covid, e dall’altra gli stessi sogni, le stesse aspirazioni degli altri uomini.  E partecipare della loro povertà, del loro essere a volte cattivi, peccatori. Egoisti, insomma.  Essere gente che a volte si vergogna di colui che deve testimoniare. Il testimone è cioè un poveruomo come gli altri uomini

Soltanto che, a differenza degli altri, ha un annuncio da fare: esiste la luce! Anzi, la luce è entrata nel mondo! Io l’ho incontrata e ne rendo testimonianza a te. Io non sono la luce, io sono un povero diavolo come te, io faccio la tua stessa fatica a vivere. Ma le cose sono cambiate da quando ho incontrato la luce. Non che adesso non faccia più fatica a vivere, ma adesso so che non sono qui a vivere una vita senza senso. Non sono più da solo, perché la luce è entrata nella mia vita. Non è un fatto intellettuale. E’ come quando uno si innamora. Quando succede nel mondo in un certo senso si accende la luce o almeno il mondo acquista una luce diversa, una luce che riempie il cuore. La differenza è che so per esperienza che gli innamoramenti a volte passano e in fondo non posso mai veramente essere sicuro al cento per cento né del mio amore, né di quello dell’altro. Quanta fragilità! Invece in questo caso sono sicuro, perché anche se io sono infedele, egoista, a volte anche cattivo, Lui, la luce non viene mai meno. Da dove lo so?  Dal fatto che ne ho avuto esperienza. Nonostante i miei tradimenti lui mi dà la forza di continuare a cercare di uscire dal mio egoismo e soprattutto mi dà la forza di non aver paura di questo mio egoismo da quando mi ha fatto capire che il suo amore è più forte della morte e nulla potrà mai separare me da questo amore. Era quello che stavo attendendo: che qualcuno mi dicesse che non era più fondamentale che io riuscissi ad uscire dai miei comportamenti sbagliati, non era più fondamentale che io diventassi bravo dal punto di vista morale; che mi dicesse che “nel mazzo delle carte del demonio la carta della perfezione è vicina a quella della distruzione ed è solo la carta dell’amore a mancare” (D. Hammarskjoeld). Ma quello che contava era che io riuscissi a credere in un Dio che fosse luce e amore per me nonostante la mia povertà, anzi, proprio perché commosso dalla mia povertà. E’ questa luce a cui voglio rendere testimonianza, come di ciò che illumina e libera la mia vita dal freddo e dal buio del nonsenso per porla nel calore e nella luce dell’amore.

Gian Giacomo Rotelli sj


Georges Rouault, Autunno a Nazareth, 1957

COMMENTO

Rouault, pittore vissuto a cavallo tra l’800 e il ‘900, ha conosciuto ed affiancato l’Espressionismo dei Fauves, condividendone colori e stesura fatta di pennellate marcate, con contorni scuri che richiamano le tecnica delle vetrate (cui lui ha lavorato nella sua giovinezza). Ha dipinto questo quadro un anno prima della sua morte, donandolo lui stesso alle Gallerie Vaticane, la cui Collezione attualmente conserva numerose sue opere.

Il quadro rappresenta Gesù ancora bambino che scende lungo la strada accompagnato da una persona adulta, così come le altre figure che lo attendono al fondo. La scena comunica un senso di attesa e di pace; ci presenta l’ordinarietà di un piccolo paese, Nazareth, che ha i colori caldi dell’autunno, resi ancora più caldi e accoglienti da un sole che delicatamente illumina la realtà, rende visibile la strada senza abbagliarla. E proprio questa quotidianità viene resa importante dall’ordinarietà di una vita che è resa speciale dall’Annunciazione, dall’attesa di un di più e di un non ancora, proprio come un seme che viene piantato in autunno e lasciato per tutto l’inverno a riposare. Sarà per questo che l’Avvento comincia in autunno? E’ come fa il Pietro Spina di Ignazio Silone, che da buon contadino seppellisce un seme sotto la neve, aspettando che germini. Così vive la sua vita ordinaria Gesù a Nazareth, così fa Maria osservando suo figlio e serbando tutto quanto nel suo cuore… lasciando che l’annuncio germogli.

Ecco dunque che la strada rappresentata da Rouault ha un inizio, un’origine, quella delle nostre radici,  ma continua… quali promesse ha in serbo, Signore? Forse non lo sappiamo ancora, ma ci accompagna una certezza, quella che il Cardinal Martini ha voluto scritta sulla sua tomba: «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (Sal 119,105).

Maria Grazia Prandino

Proposte di visione per il 13 dicembre 2020,
terza domenica di avvento

“Miracolo a Le Havre” è un film del 2011 del regista finlandese Aki Kaurismaki. Ambientato nella città di Le Havre, luogo di passaggio e di commerci materiali e umani, è la storia del lustrascarpe Marcel Marx che vive con la dolce moglie e il fidato cane e conduce una vita tranquilla ma improvvisamente sua moglie si ammala gravemente e Marcel incontra il tredicenne immigrato Idrissa che deve raggiungere la madre a Londra ma viene ricercato dalla polizia che vuole rimandarlo nel suo paese. Marcel decide di aiutare Idrissa a fuggire, generando la solidarietà e la vicinanza degli abitanti del quartiere, da cui scaturirà anche il miracolo citato nel titolo. 

Il film è una favola poetica e senza retorica che racconta la durezza della vita colta nei suoi momenti più amari, la malattia ma anche le condizioni di vita degli immigrati clandestini, tra arrivi nei container e campi di prigionia, attraverso dei personaggi generosi e coraggiosi che compiono un percorso etico, raccontati con uno stile di regia delicato e fortemente pittorico e con un tono da commedia.

Marcel sperimenta quello di cui parla la prima lettura di oggi, ovvero l’esercizio della giustizia, diventando evangelicamente un testimone della luce (come dice Giovanni), quando decide di prendersi cura del giovane Idrissa, la cui presenza silenziosa, smarrita, straniera riesce a mettere in discussione il modo di vivere di chi incontra e al contempo a mettere in moto qualcosa di grande non solo nella piccola comunità del porto ma anche nel commissario di polizia che lo sta cercando. Nella storia non si nega la realtà, col suo portato di sofferenza e ingiustizia, ma si racconta, attraverso il personaggio di Marcel, l’esistenza di una speranza e quindi la possibilità di una scelta concreta, fattiva, la possibilità di riscattare il dolore del mondo con un gesto di solidarietà capace di generare accadimenti fuori dalle aspettative umane. Un film potente che supera il mero racconto della realtà per farsi creatore di mondi e di fiducia.

“Nessuno può affrontare la vita in modo isolato (…) c’è bisogno di una comunità che ci sostenga, che ci aiuti e nella quale ci aiutiamo a vicenda a guardare avanti. Com’è importante sognare insieme, (…) sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede e delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!” da “Fratelli tutti” di Papa Francesco Il film si trova a pagamento su Youtube, Google Play, Chili


L’altro titolo che proponiamo è Nostalgia della luce di Patricio Guzmán (2010). Questo film documentario ci permette di espandere la riflessione sulle letture bibliche di oggi aprendo una porta che collega le parole dei testi alla vastità dell’universo.

Uno schermo risplendente di luce, immagini dallo spazio profondo e un deserto, collocato a una singolare altitudine, dove le persone cercano la memoria: quella più recente dei cari scomparsi in circostanze crudeli, quella più antica dei popoli preistorici, quella più remota dell’inizio del tempo.

Il deserto di Atacama, in Cile, è luogo di sepoltura dei desaparecidos annientati dalla dittatura di Pinochet, museo di incisioni rupestri precolombiane e una regione unica per l’osservazione astronomica. Punto di incontro di traiettorie che arrivano lì dal passato, viaggiano nel tempo per essere raccolte dai nostri contemporanei: chi cerca i resti dei corpi umani che non esistono più, chi tracce di civiltà perdute, chi la luce di corpi celesti ormai scomparsi. Il cuore di questa molteplice ricerca, raccontata con una poesia visiva di vertiginosa bellezza e in perfetto equilibrio nelle sue parti, è la memoria. «Senza memoria ci sradichiamo dal terreno che ci nutre e ci lasciamo portare via come foglie dal vento» ha detto Papa Francesco nell’omelia del Corpus Domini di quest’anno, «fare memoria invece è riannodarsi ai legami più forti, è sentirsi parte di una storia, è respirare con un popolo. La memoria non è una cosa privata, è la via che ci unisce a Dio e agli altri.»

Uno degli astronomi intervistati dal regista dice: «l’unica cosa che davvero esiste nel presente è la nostra coscienza. Ogni altra cosa vive nel passato. Il passato che può essere una frazione di secondo oppure miliardi di anni.» E il deserto – questo deserto cileno in particolare – è un luogo di elezione per cogliere questa realtà attraverso il viaggio della luce nel tempo.

Un film di uomini e di donne che cercano di toccare le stelle con le mani o di raccogliere i resti pietrificati dei loro cari scomparsi: ci indica la sottile ma fondamentale connessione tra luce e memoria. La luce arriva a noi dal passato, si trasmette a noi affinché la trasmettiamo ad altri, perché diventiamo “trasmettitori di Luce” attraverso la memoria. Il film è disponibile per il noleggio online su: YouTube e Google Play.

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